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Avvento 6: Dalla carne alle cose del Padre: Maria

«Che cosa farebbe Gesù al mio posto, qui ed ora?». è la domanda che paradossalmente possiamo farci anche oggi, nei giorni in cui noi, sua Chiesa, ci prepariamo a celebrare il suo Santo Natale.

I Vangeli dell’infanzia si chiudono, al capitolo 2 di Luca, con una risposta che fa unità – in una naturalezza che ha del soprannaturale! – tra il mistero e la carne di Cristo: Gesù starebbe nelle cose del Padre ma sottomesso alla madre.

Anche noi, allora, in questa Domenica dell’Incarnazione, in obbedienza come Gesù, ci sottomettiamo a Maria; ci mettiamo-sotto la sua protezione, sotto il suo sguardo, sotto il suo manto che oggi nasconde il pieno di un’attesa che sta per finire.

Con Maria, oggi vogliamo tornare a fare una cosa per volta e un passo per volta, come ogni donna che al termine della gravidanza prende il ritmo di un camminare lento e di un respirare profondo.

Vogliamo riprendere contatto con la vita ordinaria, quella che non va sempre perfettamente al massimo …ma che, anzi, a volte rallenta e si ferma perché non è un macchinario artificiale, programmato a ciclo continuo, ma è creazione divina e, come tale, assomiglia piuttosto agli ulivi che danno frutto abbondante ogni due anni, concedendosi regolarmente un anno di riposo…

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Avvento 5: Camminare è accompagnare: Mosè

Per Mosè non si è trattato di una scelta solitaria, sebbene la missione ricevuta da Dio l’abbia reso unico. Per Mosè «camminare» si è identificato con «accompagnare un popolo a Dio», perché Dio possa camminare col popolo. Quanto sarebbe stato più spedito il passo di Mosè, se non si fosse dovuto adattare al passo incerto, alle contestazioni, ai ritardi e agli errori di un popolo dalla testa dura (cfr. Es 32,9; 33,3.5; 34,9; Dt 9,6.13; 31,27)! Il Signore, però, ha condotto via via Mosè a comprendersi inscindibilmente legato al popolo.

Quando è stato chiamato al Roveto ardente, Mosè non era inserito nel popolo. Allevato come un egiziano e fuggito nel deserto dopo un “incidente” che gli ha precluso la carriera, era un esule, che si era rifatto una vita presso i pastori di Madian, cercando di rimettersi in piedi. Proprio a lui, però, Dio chiede di far uscire il popolo dall’Egitto, affermando che Mosè avrà la conferma di essere inviato quando avrà portato il popolo in pellegrinaggio a lui (Es 3,12). Non si dà cammino per Mosè senza il popolo: è questo un elemento tipico di ogni vocazione che respira della carità pastorale.

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Avvento 4: Camminare nella perseveranza: Rut

Incontriamo Rut tra le quattro donne, oltre a Maria, che appaiono nella genealogia di Gesù narrata nel Vangelo di Matteo (Mt 1,1-5). Rut, la moabita, è donna fuori dagli schemi, è l’altra per eccellenza, perché donna, perché di una cultura diversa, perché non-ebrea in mezzo al popolo di Dio; è immagine dell’alterità, dell’accoglienza, della perseveranza.

È donna che supera i confini, che esce, che rimane fedele nonostante tutto. Rappresenta un’alterità che avrebbe potuto farla escludere dagli altri e invece la storia si svolge in un contesto feriale, di fede non convenzionale ma non ostentata, in un clima di amicizia, di speranza, di coraggio.

La vicenda si svolge nella campagna di Moab dove Noemi ha seguito il marito insieme ai due figli in seguito sposati con due donne moabite: Orpa e Rut. A causa della carestia muoiono il marito e i figli. Noemi decide dunque di tornare nel suo villaggio d’origine, a Betlemme. Prima di partire invita le due nuore a rimanere in Moab e risposarsi dato che sono ancora molto giovani e, a suo dire, non hanno alcun motivo per intraprendere il viaggio con lei. Orpa ritorna sui suoi passi, obbedisce alla suocera, compie una scelta che potremmo definire ragionevole, mentre Rut, decide di seguirla, senza recriminare o pretendere nulla, ma dicendo: “Dove andrai tu andrò anche io, dove ti fermerai tu, mi fermerò, il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio.”

Che senso ha una scelta così? Rut è consapevole che questo comporta la perdita dei diritti della  terra, di appoggi sociali e umani, sa che rischia privazione e miseria. Ma allora perché? Rut è una donna libera che può decidere a chi legarsi, a chi appartenere, come vivere la propria fede. E dunque sceglie la fedeltà alla suocera in una dimensione di assoluta gratuità motivata soltanto dalla percezione del dolore che attraversa Noemi e dal suo desiderio di farsene carico. Non asseconda le lamentele e l’amarezza della suocera, è semplicemente solidale al suo dolore.

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Avvento 3: Camminare al contrario

2 dicembreIl racconto di Giona profeta è riportato in un libro di soli quattro capitoli. La brevità del testo può far presumere che sia facile. Accostiamolo e capiremo ben presto che si tratta di un racconto che non è stato scritto semplicemente per intrattenere qualcuno, ma per parlare al cuore dell’uomo. Giona è la “caricatura di un profeta”,nostro amico, nostro compagno di sventure. D’altra parte anche la rappresentazione di Dio in questo libro è molto interessante. Anch’Egli infatti entra nel racconto nella modalità di un personaggio che interagisce con Giona attraverso fatti (mosse strategiche) e parole. Potremmo dire che dal racconto di Giona impariamo che Dio è Colui che è capace di arrivare al suo scopo, talvolta nonostante persone come Giona, come noi, che invece “camminano al contrario”.Ci soffermiamo su alcuni aspetti tratti dai capitoli 2 e 4.

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Avvento 2: Lasciare su una promessa

25 novembre“Il Signore mi benedice, dice bene di me e della mia storia; me l’ha promesso e questo mi basta”.
Non siamo lontani dal vero, immaginando l’eco di queste parole nel cuore e nella mente di Abramo, pellegrino nella fede. E volentieri continuiamo a seguire la danza dei suoi pensieri…
“Era di nuovo il momento, non si poteva più rimandare. Era nel conto, per pastori semi-nomadi ogni accampamento è provvisorio!La stabilità non era per noi. Per l’ennesima volta avremmo lasciato il luogo che ci aveva provvisoriamente ospitato, per trasferirci poco oltre, alla ricerca di terreni fecondi, in grado di sfamare –almeno per un po’ –l’intera famiglia e il nostro bestiame.
Eh sì, potremmo dire che la nostra è una vita mai sazia, siamo sempre in movimento: arriviamo in un posto, consumiamo tutte le risorse che una terra ci offre e, una volta esaurito un terreno, via, alla volta di un altro che possa continuare a soddisfare il nostro bisogno di sussistenza.
Mentre questi pensieri abitavano il mio cuore, osservavo Sara, mia moglie e rivedevo in lei gli stessi sentimenti di stanchezza, amarezza e delusione. Era all’interno della tenda, stava raccogliendo le poche cose che una vita così ci permetteva di avere, per essere pronta, al sorgere del sole, per la nuova ennesima partenza. Ogni volta più difficile. Era l’età avanzata la causa di tutta quella pesantezza? Forse, ma non era solo quello. Sentiva, anche lei, tutta l’inutilità di quelle azioni, che già tante volte aveva compiuto e chissà per quante altre avrebbe dovuto ripetere. Perché? Per chi? Eh sì, la questione era sempre quella, tutto tornava sempre lì, al macigno frustrante del nostro animo: il suo grembo non aveva generato nuova vita, non era diventata madre, neanche un figlio… Il Signore non aveva benedetto la nostra famiglia… Che senso dare allora a tanta fatica?Avevamo tutto, ma anche questa nostra ricchezza – proprio come la nostra dimora - era provvisoria e alla nostra morte, nostro erede sarebbe stato un servo, un domestico, Elièzer di Damasco. La storia della nostra famiglia si sarebbe esaurita con noi.

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