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Battesimo di Gesù: Camminare e scendere: Gesù

Ed ecco! Accade anche oggi! Signore tu vieni!

E lo fai con un profilo basso! Come quella prima notte a Betlemme tra i pastori e le greggi o come in quel tuo primo giorno pubblico al Giordano. (“Gesù venne da Nazaret di Galilea”). Signore tu vieni da Nazaret, luogo sconosciuto ai più, ma non alla voce del cielo che parla alla terra.

Non è allora un caso che, lasciato questo luogo, per prima cosa tu abbia attraversato la Galilea e, scendendo sotto il livello del Mare, sia giunto in Giudea, alle rive di quel fiume che significa “scorre sempre più giù”. (“Fu battezzato nel Giordano da Giovanni”).

Ci hai trovato tutti lì, in attesa e in ricerca di qualcuno che si avvicinasse senza vergognarsi di stare con noi. Sei sceso in queste acque di terra e sulla tua pelle si sono scritti, man mano, i nomi di tutti noi! Poi ci hai portati fuori, come si fa tra familiari stretti!

Che gioia per il Padre: ha squarciato i cieli e guardandoti tra noi ha esultato!

E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" ( Mc 1,9-11).

In te e con te, il cielo ci ha visti restituiti alla luce.

- Signore Gesù, sei il Dio vicino e anche in questo Natale che abbiamo celebrato, sei sceso nelle profondità della nostra vita, nelle ombre e negli insuccessi della nostra povera umanità.

Sei venuto tra le nostre contraddizioni e infedeltà e hai portato alla luce, il Figlio di Dio che siamo noi. Non stancarti di ricordare al cuore i passi dello scendere che ci rendono fratelli e sorelle.

Amen

Prima di andare, prega con alcuni versetti del Salmo 138

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Epifania: Ritornare per un’altra via: i Magi

La strada dei Magi, come quella del sole, parte da Oriente.

Questi astrologhi/astronomi provenivano dalla Persia, dalla Siria orientale o forse dall’Arabia. Difficile calcolare la distanza esatta che possono avere percorso in un cammino così inedito. L’evangelista Matteo, al capitolo 2, si limita a dire come “Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme” (v. 2). Se dovessimo ipotizzare i tempi di percorrenza potremmo calcolare che la distanza tra Teheran e Gerusalemme (1600 km) comporta circa un mese di strada. Lavorando ancora nel campo delle ipotesi, potremmo dedurre che passarono circa due anni tra la prima visione della misteriosa stella e l’arrivo nella capitale d’Israele; non si spiegherebbe, altrimenti, come mai Erode – sperando di eliminare il Re dei Giudei – abbia ordinato di “uccidere tutti i bambini che … avevano da due anni in giù”(v. 16). In realtà non sappiamo con precisione dove è iniziato il ‘loro’ Oriente, e come mai la strada ha richiesto così tanto tempo: i Magi possono avere viaggiato molto lentamente per gustare con calma ogni passo, potrebbero avere fatto soste prolungate, percorso strade tortuose o – addirittura – perso l’orientamento!

“Nell’immaginario biblico l’Oriente - lì dove sorge il sole - è il luogo dell’originario, dove tutto comincia. In questo senso i Magi sono figura di quanti, muovendo dalle esigenze originarie, costitutive dell’essere umano, vanno verso la Città indissolubilmente congiunta alla rivelazione divina nella storia, Gerusalemme”. (B. Forte)

Se non sappiamo bene quanto abbiano viaggiato, siamo certi che i Magi sono paradigma di ogni onesto cercatore di Dio, mosso dal desiderio sincero e radicale, di incontrare la Verità. I Magi sono pellegrini, non viandanti qualsiasi!

Pellegrino è colui che decide di farsi straniero sulla terra, che parte, lascia sicurezze e comodità per entrare nella precarietà e provvisorietà del cammino. Il pellegrino non può sapere in anticipo quello che troverà lungo il percorso, non sa nulla delle persone che incontrerà, non può ancora quantificare fatica e gioia che sperimenterà. Soprattutto non conosce l’agire della provvidenza di Dio sui suoi passi incerti e faticosi, non immagina i pensieri che Dio gli suggerirà mentre cammina, non può ancora dare volto ai compagni di viaggio del giorno appena cominciato.

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Avvento 6: Dalla carne alle cose del Padre: Maria

«Che cosa farebbe Gesù al mio posto, qui ed ora?». è la domanda che paradossalmente possiamo farci anche oggi, nei giorni in cui noi, sua Chiesa, ci prepariamo a celebrare il suo Santo Natale.

I Vangeli dell’infanzia si chiudono, al capitolo 2 di Luca, con una risposta che fa unità – in una naturalezza che ha del soprannaturale! – tra il mistero e la carne di Cristo: Gesù starebbe nelle cose del Padre ma sottomesso alla madre.

Anche noi, allora, in questa Domenica dell’Incarnazione, in obbedienza come Gesù, ci sottomettiamo a Maria; ci mettiamo-sotto la sua protezione, sotto il suo sguardo, sotto il suo manto che oggi nasconde il pieno di un’attesa che sta per finire.

Con Maria, oggi vogliamo tornare a fare una cosa per volta e un passo per volta, come ogni donna che al termine della gravidanza prende il ritmo di un camminare lento e di un respirare profondo.

Vogliamo riprendere contatto con la vita ordinaria, quella che non va sempre perfettamente al massimo …ma che, anzi, a volte rallenta e si ferma perché non è un macchinario artificiale, programmato a ciclo continuo, ma è creazione divina e, come tale, assomiglia piuttosto agli ulivi che danno frutto abbondante ogni due anni, concedendosi regolarmente un anno di riposo…

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Avvento 5: Camminare è accompagnare: Mosè

Per Mosè non si è trattato di una scelta solitaria, sebbene la missione ricevuta da Dio l’abbia reso unico. Per Mosè «camminare» si è identificato con «accompagnare un popolo a Dio», perché Dio possa camminare col popolo. Quanto sarebbe stato più spedito il passo di Mosè, se non si fosse dovuto adattare al passo incerto, alle contestazioni, ai ritardi e agli errori di un popolo dalla testa dura (cfr. Es 32,9; 33,3.5; 34,9; Dt 9,6.13; 31,27)! Il Signore, però, ha condotto via via Mosè a comprendersi inscindibilmente legato al popolo.

Quando è stato chiamato al Roveto ardente, Mosè non era inserito nel popolo. Allevato come un egiziano e fuggito nel deserto dopo un “incidente” che gli ha precluso la carriera, era un esule, che si era rifatto una vita presso i pastori di Madian, cercando di rimettersi in piedi. Proprio a lui, però, Dio chiede di far uscire il popolo dall’Egitto, affermando che Mosè avrà la conferma di essere inviato quando avrà portato il popolo in pellegrinaggio a lui (Es 3,12). Non si dà cammino per Mosè senza il popolo: è questo un elemento tipico di ogni vocazione che respira della carità pastorale.

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Avvento 4: Camminare nella perseveranza: Rut

Incontriamo Rut tra le quattro donne, oltre a Maria, che appaiono nella genealogia di Gesù narrata nel Vangelo di Matteo (Mt 1,1-5). Rut, la moabita, è donna fuori dagli schemi, è l’altra per eccellenza, perché donna, perché di una cultura diversa, perché non-ebrea in mezzo al popolo di Dio; è immagine dell’alterità, dell’accoglienza, della perseveranza.

È donna che supera i confini, che esce, che rimane fedele nonostante tutto. Rappresenta un’alterità che avrebbe potuto farla escludere dagli altri e invece la storia si svolge in un contesto feriale, di fede non convenzionale ma non ostentata, in un clima di amicizia, di speranza, di coraggio.

La vicenda si svolge nella campagna di Moab dove Noemi ha seguito il marito insieme ai due figli in seguito sposati con due donne moabite: Orpa e Rut. A causa della carestia muoiono il marito e i figli. Noemi decide dunque di tornare nel suo villaggio d’origine, a Betlemme. Prima di partire invita le due nuore a rimanere in Moab e risposarsi dato che sono ancora molto giovani e, a suo dire, non hanno alcun motivo per intraprendere il viaggio con lei. Orpa ritorna sui suoi passi, obbedisce alla suocera, compie una scelta che potremmo definire ragionevole, mentre Rut, decide di seguirla, senza recriminare o pretendere nulla, ma dicendo: “Dove andrai tu andrò anche io, dove ti fermerai tu, mi fermerò, il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio.”

Che senso ha una scelta così? Rut è consapevole che questo comporta la perdita dei diritti della  terra, di appoggi sociali e umani, sa che rischia privazione e miseria. Ma allora perché? Rut è una donna libera che può decidere a chi legarsi, a chi appartenere, come vivere la propria fede. E dunque sceglie la fedeltà alla suocera in una dimensione di assoluta gratuità motivata soltanto dalla percezione del dolore che attraversa Noemi e dal suo desiderio di farsene carico. Non asseconda le lamentele e l’amarezza della suocera, è semplicemente solidale al suo dolore.

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