Donne della passione: MARIA, PROFUMO CHE SI ESPANDE
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Nel silenzio raccolto di Betania, a casa di Simone il lebbroso, si compie qualcosa di straordinario che profuma di eternità. Una donna senza nome entra nella scena per compiere un gesto inatteso, sproporzionato e scandaloso: rompe il vaso di alabastro e versa il profumo sul capo di Gesù. Non calcola, non trattiene, non misura, semplicemente ama. È il linguaggio dell’amore che non si spiega e non si giustifica, eccede e supera la logica del calcolo. Mentre gli altri contano il denaro e parlano di spreco, lei intuisce il mistero. Gesù la difende perché sente che questa donna ha compreso la sua Pasqua. È un gesto che anticipa la sepoltura, prepara il corpo che sarà consegnato. È una carezza prima del dolore, è un gesto che anticipa la notte imminente, è l’amore che perde tempo per l’altro e si fa anticipo di Resurrezione. Donne della passione: LA MOGLIE DI PILATO
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Mentre Ponzio Pilato sedeva in tribunale, in un momento in cui doveva decidere le sorti di Gesù, gli viene mandato a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». È stata sua moglie, la quale è menzionata solo nel vangelo di Matteo (27,19) in modo generico e di cui non si conosce null’altro. I capi dei giudei lo vogliono condannare e una donna pagana afferma la sua innocenza. La donna, infatti, lo sogna e ne rimane molto turbata.
Ricordiamo che nella Bibbia il sogno è una delle tipiche forme di comunicazione privilegiata tra Dio e l’essere umano, basta pensare a Giacobbe per l’Antico Testamento e a Giuseppe per il Nuovo. Nel sogno Dio mostra la verità, i sommi sacerdoti e gli scribi sono ciechi e ostinati, mentre la moglie del governatore, una donna pagana accoglie il messaggio e “vede” il Giusto. Il marito le crede, ma non vuol perdere i privilegi, ha paura di compromettersi.
Donne della passione: LE FIGLIE DI GERUSALEMME
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L’ottava stazione della Via Crucis è dedicata alle donne che incontrano Gesù e piangono su di lui. Mi ha sempre colpito la reazione di Gesù che dice loro di non piangere su di lui, ma su loro stesse e sui loro figli. Mi sono chiesta che significato potesse avere una simile affermazione. Per un cristiano, ma in particolare per me consacrata, cosa significa piangere su me stessa e sui “nostri figli”?Forse è un modo di dirci come vivere la nostra vocazione: riconoscerci peccatrici e proprio da questa coscienza andare incontro agli altri e avere compassione di loro. Avere il coraggio di piangere per il male altrui e pregare per la loro e la nostra redenzione. L’esperienza del volontariato in carcere mi provoca da questo punto di vista. Il male commesso dai detenuti chiede di essere redento, uomini che hanno il desiderio di essere accompagnati a prendere coscienza della propria dignità da loro stessi disattesa. Da qui il nostro essere accanto come le donne del Vangelo che piangono per il male che uccide Gesù, non un pianto puramente sentimentale, ma un pianto che diventa conversione e fede vissuta. Il nostro essere Ausiliarie non deve e non può identificarsi nelle cose che facciamo, ma è uno stile di relazione che dà tempo, attenzione, ascolto alle sorelle e a chi ci è affidato. L’augurio è di arrivare a celebrare la Pasqua del Signore Gesù proprio come le donne della Risurrezione ed essere discepole amate che testimoniano la tenerezza dell’amore del Padre verso ogni figlio sulla terra, anche se questo costerà fatica e incomprensione, ma anche la gioia di una vita vissuta per amore.
Mariangela Possenti
Lettera ai potenti della terra, dialogando coi bambini
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Noi siamo piccoli ma abbiamo delle parole da dirvi, anzi abbiamo delle cose da ricordarvi.
Prima di tutto che voi siete dove siete, avete i compiti che avete semplicemente perché delle persone vi hanno creduto, si sono fidati della vostra parola, delle vostre promesse, e la fiducia è davvero una cosa seria, può cambiare la vita delle persone.
Ricordare questo vuol dire che voi avete una grande responsabilità, e anche noi sappiamo che mantenere le promesse può essere difficile ma almeno dobbiamo provarci se vogliamo dire a qualcuno: “Amico”.
Ancora…per il posto che occupate vogliamo ricordarvi che ciò che fate o non fate; le scelte che mettete in atto o quelle che dimenticate…costruiscono il nostro futuro, per questo ci sembra giusto non tacere e dire il nostro pensiero; anche se a volte ci sembra che il futuro ci sfugga dalle mani…
La prima parola è: “Smettetela di fare la guerra, perché qui ci sono dei bambini che vi guardano. Ci sono dei bambini che desiderano un futuro. Ci sono dei bambini che non possono morire così ingiustamente”.
Ci sono bambini che vedono nel loro cuore la gentilezza, la forza del perdono, la libertà di una mano aperta che vuole solo aiutare chi è vicino, l’amico che ha bisogno…e che non vogliono che questi doni vengano portati via perché imparano la violenza, il sopruso, l’ingiustizia.
Donne della passione: LA SERVA DEL SOMMO SACERDOTE
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Ho raccolto con l’aiuto della tecnologia immagini di pittori più o meno famosi che ritraggono la serva del sommo sacerdote, attorno al fuoco, nel cortile. Ce n’è per tutti gusti: quella giovane bene agghindata e anche in atteggiamento seducente, quella anziana frequentatrice delle bettole e poveramente vestita, quella intrigante, quella in veste da nobildonna che sembra finita per caso tra i soldati, quella che sembra la classica domestica che dalla campagna è andata a servizio in città…Questa donna, che nel Vangelo è citata in due righe, ha catturato la fantasia di tanti artisti. E anche la mia. Io me la raffiguro anziana, poveramente vestita, una donna del popolo che ha trovato come lavoro soltanto quello di portare boccali di vino ai soldati durante i processi.
Proprio perché anziana, quindi senza l’interesse di compiacere le simpatie degli altri, è capace di dire la verità. Proprio perché è una donna del popolo, abituata a frequentare i mercati, sa distinguere le cadenze dialettali. Proprio perché lavora tra uomini grossolani sa farsi rispettare mostrandosi decisa e sincera. Mi piace. È una vera donna che non ha avuto bisogno di travestirsi per “passare alla storia”.
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