RISORGERE. IN TUTTI I SENSI
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La buona notizia della Pasqua, corre lungo tutto il capitolo 24 di Luca. Vuole i sensi svegli. Tutti! Perché la Risurrezione non attecchisce nei cuori distratti: germoglia solo dove gli uomini e le donne si mettono in gioco integralmente, coscienti del male e anelanti salvezza.L’alba di Pasqua profuma degli aromi, che osteggiano l’odore acre della morte, preparati dalle donne. Sono donne premurose, caparbie, come l’amore che inorridisce per l’insensatezza della violenza. Vanno al sepolcro con il passo lento di chi cerca un senso tra le macerie del dolore. Portano nostalgia e lacrime nel grembo, per le atrocità subite da lui, emblema di ogni vittima. E invece trovano una parola che spalanca un triplice credo: “È vivo, non è qui, è risorto!”. All’inizio tremano. Ma poi si fanno voce di vita quando la Parola che avevano ascoltato da Lui rianima la loro speranza. Lo sanno vivo, senza averlo visto.
Noi Ausiliarie diocesane con don Ambrogio Visconti
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Don Ambrogio, prete giovane nel cuore, un sacerdote dal passo leggero
In questa Pasqua, che lo ha unito a molti suoi affetti cari e a Dio, don Ambrogio Visconti ha raccolto attorno a sé anche noi Ausiliarie Diocesane. Molte sorelle hanno avuto la grazia di camminare accanto a lui nelle comunità di San Vito a Lentate, di Cimnago e poi nell’intera Comunità Pastorale Santo Stefano. Un filo discreto, ma tenace come la fedeltà di Dio, continua a unirci a lui. È il filo della cura pastorale, delle relazioni seminate nel tempo, della dedizione silenziosa che lascia tracce indelebili nei cuori.
«Ci sono persone che, pur senza fare rumore, lasciano un segno profondo nella vita di una comunità, don Ambrogio è stato una di queste». A pensare così sono innanzitutto Manuela e Liliana, che nel 1976, lo vedevano giungere dalla periferia milanese, con i loro occhi di bambine. Avevano visto bene: un uomo semplice, vicino alla gente, capace di creare relazioni autentiche e abbattere le distanze. Di lui ricordano anche un umorismo fine e spontaneo, capace di alleggerire le fatiche e di strappare sorrisi autentici. Era il sorriso di chi sa che il Vangelo non è un peso da sopportare, ma una buona notizia da condividere. Per questo la sua presenza rassicurava. Parlava poco di sé e molto con la sua vita.
In quegli anni la comunità di Lentate era accompagnata dalle Suore di Santa Giovanna Antida Thouret. Manuela e Liliana erano cresciute accanto a loro, fin dai giorni della scuola materna.
Quando giunse il tempo in cui le suore dovettero lasciare la parrocchia, don Ambrogio desiderò che nella vita quotidiana della comunità continuasse a esserci una presenza femminile consacrata. Per questo chiese l’apertura di una comunità delle Ausiliarie Diocesane.
HO VISTO CRESCERE UN ALBERO
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Nel silenzio di questi giorni l’orecchio si fa più fine anche nell’ascolto e si può diventare capaci di ascoltare ciò che mai si sarebbe immaginato.La Creazione è davvero un dono meraviglioso e sapere che anche noi ne siamo responsabili è un dono ancora più grande. Quando arrivai a Vallembrosia, davanti a casa c’era un alberello, promessa di un futuro riparo dal sole e dal caldo (una vera benedizione per questa casa che non ha altro per difendersi). Dall’altra parte della strada un grande e meraviglioso giardino curato davvero con tenerezza dall’anziano padrone di casa.
Come potete immaginare non ci mancava il ‘respiro’, la possibilità di contemplare la bellezza e anche di bearci dell’armonia del canto degli uccelli, diversi a seconda delle ore del giorno.
Ora il giardino non c’è più per lasciare spazio ad altro cemento, si costruirà un palazzo o forse due non so; per ora ciò che si vede è solo la desolazione di terra bruciata dal sole dove piccoli arbusti e ciuffi d’erba ancora tentano di ricrescere. Ma il nostro alberello è cresciuto ed è rimasto fedele alla promessa della sua giovinezza, è per noi davvero prezioso con la sua ombra e per l’aria che ci regala.
Ma c’è di più… ci insegna anche l’accoglienza. Nei suoi rami si nascondono nidi e diventa oasi di ristoro per uccelli di passaggio che si fermano a cantare le loro lodi al Creatore. In queste mattine però c’è qualcosa di strano che attira la mia attenzione. All’alba, nascosta come fosse troppo timorosa per mostrarsi, una cornacchia riempie l’aria con il suo canto, o forse è meglio dire con il suo lamento. È infatti un canto solitario (tutto il resto tace) e disarmonico, colpisce le orecchie al punto che ti costringe all’ascolto, non riesci a farne meno. Ti fa entrare in un lamento continuo… quasi un inno al dolore; un dolore così profondo che fa tacere tutti gli altri. È come se l’intera Creazione presente con il suo silenzio partecipasse a questo canto che, come è per tutti i dolori, sembra non avere mai fine.
Mi sorprendo a chiedermi: da dove nasce un dolore così?
In preghiera per don Gianni Colzani
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Con tutta la Chiesa diocesana, affidiamo riconoscenti a Gesù buon Pastore la Pasqua di don Gianni Colzani, teologo, docente e assistente del nostro Istituto dal 1996 al 2002.Prete appassionato e appassionante quando trattava di Ecclesiologia, Mariologia e Missiologia. Ci ha condotte nella ricostruzione storica del carisma e collaborato all'ideazione del convegno "Il piacere spirituale di essere popolo" del 2018, in occasione del 40' di fondazione delle Ausiliarie Diocesane.
Condividiamo qui uno dei suoi contributi: La diocesanità: "forma locale" di una Chiesa universale.
LAURA E ROSA: 50' anniversario di consacrazione
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Festeggiare 50 anni di vita consacrata significa celebrare mezzo secolo di fedeltà, amore incondizionato e dono di me stessa a Dio e alla Chiesa ambrosiana, che ho desiderato vivere come segno profetico nel cuore del mondo di oggi. Guardare al cammino compiuto, mi permette di rileggere la mia storia come un tessuto di grazia, dove la fedeltà di Dio si è manifestata giorno dopo giorno tra le pieghe della storia umana. Grazie Gesù per la chiamata a lavorare nella tua vigna!Laura Galimberti, parrocchia SS. Pietro e Paolo di Tradate
Ricordo bene il giorno dei primi voti: era il 28 agosto1976, eravamo nella cappella dell'Arcivescovado. Abbiamo fatto la professione nelle mani del cardinal Colombo. È stato bellissimo, anche se erano solo i primi voti. Nel ritorno a casa avevo l'animo così grande, che non ero capace di formulare una preghiera per ringraziare il Signore per il dono che mi aveva fatto.
La chiamata del Signore è sempre un dono; io l'ho sentita e l'ho coltivata. Ero felice, anche se timorosa: "Sarò capace? Riuscirò a testimoniare la mia vocazione proprio nell'amore verso gli altri?". La paura c'è sempre stata, però la fede mi ha sostenuta e portata avanti. Non ho mai avuto dubbi sulla mia vocazione, ho sempre camminato su questa strada.
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