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PREGHIERE IN PROSA: Mosè - La preghiera nella fatica del ministero

2Il primo passo per avvinarci al racconto è quello di collocarlo nel suo contesto. In questa parte del libro dei Numeri, ascoltiamo del cammino dal deserto del Sinai alla pianura di Moab. Un viaggio difficile, un percorso fatto di numerose prove che Mosè e tutto il popolo devono affrontare.  Proprio nel capitolo 11 è come se possiamo leggere di una serie di prove, episodi collegati all’ostilità e alla ribellione contro Dio e contro Mosè. Sono episodi che descrivono la generazione che uscì dall’Egitto come persone “rigide” che di fatto, pur godendo della liberazione, si dimostrarono diffidenti ai comandi di Dio. 
La preghiera di Mosè, espressa in questa parte del libro dei Numeri, sembra reinterpretare quei fatti che altrove abbiamo ascoltato come una testimonianza di benevolenza e benedizione. Basti pensare al dono della manna o a quello delle quaglie, che anche nella preghiera dei Salmi noi citiamo come esempio di cura da parte del Signore. Ad esempio col Salmo 105 diciamo: Distese una nube per proteggerli e un fuoco per illuminarli di notte. Alla loro richiesta fece venire le quaglie e li saziò con il pane del cielo. Spaccò una rupe e ne sgorgarono acque: scorrevano come fiumi nel deserto.
La manna è proprio il tipo di alimento che ha permesso al popolo di affrontare la fatica del cammino nel deserto (simpatico è leggere anche l’elenco di ricette con la manna che proprio in questo capitolo di Nm 11 viene citato). Ora però troviamo un Mosè differente, molto più simile a chi esercita una responsabilità ecclesiale nei giorni nostri. La via tracciata da Dio nel deserto non va bene, è una strategia inadeguata. La richiesta di cibo appare come una rivendicazione e anche la risposta di Dio diventa una forma amara e ironica di lezione. E il linguaggio è quello del lamento polemico, non propositivo di vere altre soluzioni, ma quello delle lunghe discussioni che non esprimono nemmeno una diversa strategia d’azione. In effetti, come sono i nostri ragionamenti pastorali? Anche noi sembriamo dire che la strategia di Dio non va bene…
Mosè ha perso la bussola. La liberazione dalla schiavitù sembra passare in secondo piano. Tutto il discorso è concentrato sul cibo: rileggiamo i versetti precedenti alla preghiera di Mosè e cerchiamo di immaginare la scena. Le famiglie stanno alla porta della propria tenda e piangono. Hanno parlato di pesci, di cetrioli, cocomeri, porri, cipolle e aglio. Se leggessimo queste parole con i nostri gusti culinari, faticheremmo forse a cogliere la nostalgia… In ogni caso ora a loro mancano questi ingredienti, la memoria li riporta indietro nel tempo e nello spazio e, qui nel deserto, cioè nella via della libertà dalla schiavitù d’Egitto, sognano di tornare alla “loro casa di prima”. Il popolo soffre e con lui anche Mosè, che inizia a lamentarsi
Prima di tutto va in crisi la sua vocazione: dà la colpa a Dio che lo ha scelto. Di conseguenza non vuole più incarichi di responsabilità, non vuole essere lui la guida di questa gente. Non vuole avere niente a che fare con queste persone, si dissocia completamente e prende le distanze. Con essi ribadisce di non aver nessun legame, nessuna somiglianza. Crede che Dio domandi a lui di risolvere il problema e, infine, sospetta di essere proprio lui stesso il problema, e suggerisce la soluzione della propria morte! È come se Mosè si sia messo al posto di Dio e quindi pensasse che il peso di condurre questo popolo sia così grande che lui non riesca a sopportarlo. 
Anche noi siamo un po’ come Mosè. Infatti, mettendo al centro della propria vita solo noi stessi, le nostre scelte, le nostre strategie, ci sentiamo “bravi”, ci gonfiamo di orgoglio, quando facciamo le cose giuste. Poi, appena ci sentiamo male, si ributta la colpa a Dio e le persone a noi affidate diventano un peso. Questa dinamica è proprio un campanello d’allarme. 
Ho anch’io un pensiero simile? Quante volte ci ritroviamo ad esprimerci con orgoglio nei confronti degli altri, senza evidenziare un proprio sbaglio, perché non è mai il momento di farlo, oppure perché l’altro potrebbe approfittarne, mentre “io”, con la mia responsabilità, non devo mai abbassarmi. Diciamo che non serva dire tutta la verità, difendiamo la teoria delle “bugie bianche”, nascondendo la verità con affermazioni subdole. Anche la preghiera risulta quindi ipocrita ed esprime i nostri pensieri falsificati, incapaci di riconoscere lo sbaglio di valutazione della situazione. Perdiamo la prospettiva dell’umiltà, che è il presupposto della nostra vocazione. 
Come Mosè siamo esortati ad accorgerci di questo inganno e allargare il cuore, rimettere Dio al centro della nostra vita e non rimpiangere più “le cipolle d’Egitto”. Solo così il lamento si muterà in danza e sapremo ringraziare Dio per la bontà che ci ha riservato. Egli ci ha donato di essere suoi figli amati, curati, sostenuti, difesi, salvati.
Nel cammino del deserto ci siamo anche noi. La preghiera quotidiana ci aiuti nel discernimento e ci ridoni sempre l’umiltà. E quando il lamento affiora nei nostri pensieri, donaci Signore di ricordare la vicenda di Mosè e di tornare a mettere la tua vocazione al centro.

Isa Santambrogio
Comunità S. Babila - Milano


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