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Obbedienza e ascolto

 Come è noto, il verbo «obbedire» è imparentato con il verbo «ascoltare». Questo vale in italiano, che deriva dal latino, in greco, ma anche in ebraico e in arabo. Addirittura in ebraico, in assenza di una radice propria, per esprimere l’obbedire (oltre al semplice verbo «ascoltare») si usa un sintagma che, tradotto letteralmente, significa «ascoltare nella voce». L’obbedienza, quindi, è un ascolto che si fa azione e una azione condotta «stando nella parola» ascoltata, tenendola nel cuore, continuando ad ascoltarla, ritrovandone in ogni momento la freschezza e l’attualità, la saldezza e la sicurezza…

 Stando così le cose, comprendiamo bene che il primo peccato, quello del giardino (Gen 3), è davvero una dis-obbedienza, un non-ascolto, perché la parola di Dio tenuta nel cuore è stata scalzata da altre parole, con le quali si è entrati in dialogo, dalle quali ci si è lasciati sedurre: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie...» (Gen 3,17), dice Dio all’’adam.... E se, come dice il salmo, la Parola di Dio è stabile come il cielo (Sal 119,89), essa rinuncia alla sua stabilità, quando si relaziona con l’uomo, sperando di trovare un cuore che ascolta (1Re 3,9) e consegnandosi nelle mani della libertà umana…

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