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Il servizio dell’intelligenza e della ricerca nella Chiesa di Dio

cover1. Una tesi di dottorato
«Questa è una grande tesi»! Così il 23 giugno 2015 si espresse padre Jean-Pierre Sonnet in un’aula della Pontificia Università Gregoriana di Roma, allorché prese la parola per presentare la dissertazione dottorale della sua allieva Laura Invernizzi. Il giudizio sintetico di uno dei maggiori biblisti europei, non certo incline, anzi assai reticente nell’esprimere complimenti, non poteva lasciare dubbi al folto gruppo di parenti, amici e conoscenti di Laura accorsi a Roma per l’occasione, a proposito del valore della sua tesi in teologia biblica. Essa è stata pure onorata dal Premio Bellarmino 2016, come migliore tesi dell’anno e subito accettata nella prestigiosa collana “Analecta biblica”.
Scrivere una tesi di dottorato di questo calibro è un grande esercizio ascetico.

Per realizzare un simile progetto è necessario impadronirsi di un metodo di analisi esegetica, bisogna poi leggere centinaia di contributi in almeno cinque lingue (italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo) e tener d’occhio con attenzione il testo originale ebraico della Bibbia, la sua traduzione greca e altro ancora (come le versioni aramaica, siriaca e latina). Soprattutto il lavoro cresce per mezzo di un confronto continuo con il direttore della tesi, il cui compito è quello di indirizzare, correggere, spesso anche chiedere notevoli aggiustamenti dei capitoli proposti dallo studente. Le ore in biblioteca rotolano, le occasioni per fare altro si fanno rare e preziose, la tentazione di lasciar perdere alberga nel cuore e sembra prevalere ad ogni piè sospinto. In alcune occasioni le argomentazioni vengono spontanee, in altri momenti le dita sulla tastiera del computer quasi si bloccano e in una mattina che pareva promettente non si avanza di una riga.

A lavoro ultimato, dopo essere passati per le forche caudine della commissione esaminatrice e aver finalmente udito con le proprie orecchie la solenne proclamazione dottorale in lingua latina (Nomine et auspiciis sanctissimi Domini nostri Franciscii…), inizia il lavoro della pubblicazione: le scritte in ebraico vanno da destra a sinistra ma c’è il pericolo che tutto sia invertito da qualche maldestro tipografo; bisogna compilare gli indici, limare la bibliografia, correggere le prime, le seconde, le terze bozze (che hanno la capacità di infondere una terribile ansia) e finalmente si stringe nelle mani il volume, frutto di un grande lavoro.

È il servizio dell’intelligenza e della ricerca nella Chiesa di Dio. Un servizio nascosto, spesso fatto di lunghi silenzi, di molte ore passate in biblioteca, di tanta fatica. I risultati sono a servizio del popolo di Dio, perché tutti possano, per mezzo di chi si è cimentato nell’esercizio esegetico, entrare più profondamente nella conoscenza della Scrittura, nell’intelligenza della Parola di Dio, nel sapere della fede.

È splendido che una donna, un’Ausiliaria Diocesana della diocesi di Milano, abbia raggiunto questo invidiabile traguardo. A dire, anzitutto, che la Parola di Dio è donata alla Chiesa e non solo al clero; a sottolineare il genio femminile che unisce intelligenza e arguzia, penetrazione e finezza, tenacia e gusto del bello; a dare compimento ad uno degli auspici più belli del Vaticano II: «Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”» (Dei Verbum 25).

2. Una tesi speciale
La tesi di Laura Invernizzi è davvero speciale. L’autrice fonda il suo lavoro su una scommessa metodologica: leggere una sezione del libro dell’Esodo (5,1-7,7) come un’unità, secondo le modalità tipiche dell’analisi narrativa. Che cosa sta dietro questa scelta?

Il problema sta proprio nella narrazione dell’Esodo che non riteniamo inutile ripercorre. Mosè e Aronne si recano alla corte del faraone per ottenere il permesso di lasciare l’Egitto (5,1-5); per tutta risposta il faraone non solo nega il permesso ma inasprisce la schiavitù degli ebrei, rendendo ancora più gravoso il loro lavoro (5,6-19) e causando la rivolta del popolo contro Mosè e Aronne (5,20-21). Mosè, a questo punto, torna dal Signore lamentandosi, constatando il fallimento della propria missione e contestando Dio che non ha liberato il suo popolo (5,22-6,1). Segue poi la rivelazione del nome di Dio e del suo piano di salvezza (6,2-8). Quando però Mosè si reca dagli israeliti per comunicare loro il progetto di Dio, resta inascoltato; egli lamenta la sua incapacità oratoria, ricevendo come profeta suo fratello Aronne (6,9-7,7); in quest’ultimo passaggio v’è pure una lunga lista genealogica (6,13-30). Questo a grandi linee il contenuto materiale della sezione studiata dall’autrice.

Bisogna sapere che la ricerca sul Pentateuco (e quindi anche sull’Esodo) è stata dominata per anni dall’indagine storico-critica, che l’autrice, seguendo molto opportunamente il grande maestro M. Sternberg, definisce indagine source-oriented, cioè finalizzata a cercare quanto sta dietro il testo, ovverosia le sue fonti. Nel primo capitolo del suo lavoro, Invernizzi presenta lo stato dell’arte, ripercorrendo una notevole quantità di studi dedicati a questi capitoli (spesso all’interno di lavori più generali sul libro dell’Esodo). Non è certo questo il luogo per ripercorrere un così denso e complesso capitolo. Solo qualche parola: M. Noth, uno dei maggiori studiosi del XX secolo, considerava il brano di 6,13-30 (la genealogia) un’inserzione secondaria estranea alla narrazione. Altri invece hanno evidenziato una rottura fra 6,1 e 6,2, concludendo che il testo attuale è formato da due grandi faglie tenute insieme in modo assai artificiale. Il racconto di 5,1-6,1 sarebbe da ascrivere ad una prima fonte, mentre il racconto di 6,2-7,7 ad un’altra fonte, definitiva dagli studiosi «fonte P» (cioè sacerdotale), a motivo del suo linguaggio tipicamente cultuale. Utilizzando un paragone edile, è come se noi fossimo di fronte ad un unico grande muro, in parte costruito nel XIX secolo e in parte edificato nel XX secolo: il primo segmento sarebbe costituito da mattoni e da calce, il secondo, invece, da cemento armato. Questa, metaforicamente, la situazione del racconto di Es 5,1-7,7 secondo l’indagine storico-critica.

La scommessa dell’autrice, come si diceva, non è negare la presenza di simili faglie, ma chiedersi se la narrazione possa avere un senso, così come essa si presenta. Si tratta – sempre usando il linguaggio di Sternberg – dell’analisi discourse-oriented, interessata cioè ai significati e agli effetti del racconto. Il secondo capitolo del volume è un piccolo capolavoro, in quanto Invernizzi propone, molto umilmente, alcune “Note di metodo”, in realtà preziosissime e pure innovative indicazioni per interpretare il testo. Due sono i grandi centri di interesse: anzitutto la definizione dei cosiddetti «universali narrativi», in secondo luogo la rappresentazione del dialogo. Rifacendosi alla lezione di Sternberg, l’autrice intende rilevare la tensione narrativa, cioè l’effetto del testo sul lettore, ovverosia la relazione fra il tempo rappresentato e il tempo della comunicazione. Tre sono le possibilità: in primo luogo la suspense, vale a dire la discrepanza fra ciò che il lettore già conosce di un evento e ciò che ancora non sa; in secondo luogo la curiosità, cioè la mancanza di un elemento che riguarda il passato; infine la sorpresa, ovverosia una notizia offerta inaspettatamente dal narratore, a proposito di qualcosa di cui il lettore era all’oscuro.

Il secondo centro d’interesse è legato alla rappresentazione del dialogo. Anche a questo proposito l’autrice valorizza il contributo di Sternberg, offrendo però una sintesi molto originale e innovativa. A tema è lo studio delle citazioni e di quel sistema chiamato «gli universali delle citazioni». Tra la fonte e la citazione esiste un legame mimetico: la citazione può riprodurre fedelmente la sua fonte, ma ciò non significa che la citazione debba essere una riproduzione fedele della fonte. La citazione è inquadrata all’interno di un nuovo discorso, incorporando il messaggio in un contesto differente. Ancora: un discorso citato diverge strutturalmente dall’originale, proprio perché risente del nuovo contesto. Infine occorre tener presente che v’è un montaggio di prospettive: chi cita manipola, introducendo ironia, parodia, polemica, giudizio, etc. L’autrice parla poi di citazioni riproduttive e preproduttive: nelle prime la citazione è posteriore alla fonte, mentre nelle seconde si anticipa ciò che ancora deve venire.

Come si può intendere il discorso non è semplice. In realtà questa strumentazione permette un’attenta lettura (chiamata anche close reading) del testo che ponga in luce gli effetti di suspense, curiosità e sorpresa.
Non potendo dare conto dell’immensa ricchezza di questo lavoro (nelle note, in alcune occasioni, ci sono così preziose intuizioni e approfondimenti, da costituire il canovaccio di un articolo o addirittura di una ricerca più ampia), ci limitiamo ad alcuni esempi, perché il lettore abbia come un carotaggio della bellezza della dissertazione di Invernizzi.

Nel primo versetto analizzato (Es 5,1) si dice: «In seguito, Mosè e Aronne vennero dal faraone e gli annunciarono…» (versione CEI 2008). Nella paziente e sottilissima analisi che Invernizzi propone, si chiede: perché il narratore chiama questo personaggio «faraone», mentre prima lo chiamava «re dell’Egitto»? C’è differenza fra queste due modalità di nominare il medesimo personaggio? L’autrice passa al setaccio i primi quattro capitoli dell’Esodo, interrogandosi sull’utilizzo del titolo «re dell’Egitto» e «faraone». L’alternanza si ritrova nella vicenda delle due levatrici, messe sotto processo perché disobbediscono all’ordine di sopprimere i bambini d’Israele. Sulle loro labbra l’utilizzo del termine «faraone» veicola il punto di vista di chi lo sperimenta come avversario o è da lui oppresso; invece «re dell’Egitto» indica la carica ricoperta all’interno del popolo e connotata da piena autorità. Si tratta di un piccolo esempio, ma mostra come il commento al testo proceda lentamente e con grande attenzione, interrogandosi a fondo sull’utilizzo dei termini, su chi li pronuncia, sul loro significato.

Un secondo esempio riguarda un gruppo di personaggi, chiamati in ebraico shoterim e che sono introdotti così dal narratore: «In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sovrintendenti del popolo e agli scribi» (Es 5,6, versione CEI 2008). Se i sovraintendenti sono certamente Egiziani, gli scribi (appunto gli shoterim) chi sono? L’autrice, con una maestria impressionante, mette in luce l’ambiguità dell’espressione che suscita nel lettore una grande attesa. Solo ad un certo punto (Es 5,14) la tensione si scioglie: il lettore comprende che coloro che finora si sono comportati come gli Egiziani, in realtà sono Israeliti. In realtà la questione è molto più complessa, come mette ben in luce l’autrice: questi tirapiedi, infatti, apostrofano il faraone in modo tale da sembrare in tutto e per tutto Egiziani, contribuendo così al rifiuto della missione di Mosè. Si tratta di un altro esempio molto semplice. Eppure, proprio a partire dall’analisi puntuale di questi personaggi secondari del racconto, si mettono in luce le strategie comunicative del testo e il cammino che il lettore deve compiere per comprendere quanto il narratore gli trasmette.

3. Una lettura impegnativa
Leggere questo volume è esercizio impegnativo. Non solo perché ogni tanto compaiono termini in ebraico (in verità sempre tradotti), ma perché si tratta di un’analisi molto sottile che chiede di avere un po’ le mani in pasta nell’esegesi. Il risultato finale, però, è un enorme arricchimento non solo esegetico e teologico, ma anche spirituale.
Mi piace chiudere con le parole che Laura scrive a conclusione della sua dissertazione:

L’intreccio di parole mostra quindi la dinamica in cui è coinvolta la Parola di Dio, una volta che è immessa nella storia degli uomini: essa passa di bocca in bocca, risuona nel racconto anche quando chi le si oppone pensa di averla neutralizzata, resta come riferimento anche quando è mantenuta dagli eventi in stato di virtualità, entra nelle problematiche umane, le raccoglie e le rilancia, si affida alla libertà e alla parola degli uomini, costruisce il suo mediatore, crea l’intreccio e lo conduce alla conclusione.

don Matteo Crimella
docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale
e Responsabile dell'Apostolato Biblico diocesano

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locandinaGiusi Valentini farà la professione perpetua il 9 settembre alle 10.30 nella basilica di S.Ambrogio.

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