VERSO UNA PACE DISARMATA: IL VANGELO SENZA ELMETTO
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«La guerra non è una cosa malvagia. Perché le cose malvage hanno un fascino. La guerra è una volgarità immensa». Così Roberto Benigni, con il fuoco nell’anima e la voce che graffia le coscienze. Parole a margine del Messaggio di Papa Leone XIV per la 59ª Giornata Mondiale della Pace. Pochi giorni prima di Natale, Benigni ha descritto Pietro: fragile, esposto, eppure saldamente legato a Gesù. Tutta la sua vita è un corpo a corpo con questo Maestro disarmato. E tutta la vita di Gesù è una dichiarazione limpida di nonviolenza, scolpita in quell’ordine che attraversa i secoli: «Rimetti la spada nel fodero». La pace del Risorto, ci ricorda il Papa, è disarmata perché disarmata è stata la sua lotta. Parlare oggi di pace disarmata significa togliere la maschera a una menzogna antica: che la violenza sia necessaria. Necessaria per difendersi, per sentirsi sicuri, per tenere in piedi l’ordine delle cose. È una bugia così ben vestita da sembrare verità. Eppure nel 2024 il mondo ha speso per le armi 2.718 miliardi di dollari: una montagna di piombo e terrore, il 2,5% del PIL mondiale.
Da tempo la follia della violenza guida l’economia; oggi è la sua normalizzazione a deturpare la cultura. Al posto della memoria – che fa tremare davanti ai volti delle vittime – si seminano paure, si educa al sospetto, si predica una sicurezza armata. Un ossimoro!
Per questo è urgente un risveglio delle coscienze. Un guizzo del pensiero critico. La pace disarmata non è resa: è militanza evangelica. È il coraggio di scavare alle radici della violenza, là dove crescono le disuguaglianze, madri di tutte le guerre. Il successore di Pietro ci chiama a smascherare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari che avvitano il mondo in una spirale distruttiva senza precedenti.
Rifiutare la violenza non è ingenuità: è realismo alto, l’unico che non tradisce l’umano. La violenza promette sicurezza e consegna macerie. La pace disarmata sembra fragile, ma è ostinata. Non fa rumore, ma cambia la storia. Come il lievito che lavora in silenzio e fa crescere la pasta. Come la speranza che accende una luce anziché maledire il buio.
Per noi ausiliarie diocesane questa pace sorge accanto a gente ordinaria. Annunciamo che la morte – anche quella violenta inflitta a Gesù – non ferisce solo l’uomo, ma oltraggia Dio. E il Padre risponde non con vendetta, ma risorgendo la vittima. Restituendo vita dove è stata soppressa.
Abitiamo i luoghi della Chiesa diocesana con un impegno preciso: “perché questa storia diventi, per tutti, spazio di salvezza e di santità”. La guerra è la più feroce contraddizione di questo annuncio: calpesta chi la subisce e disumanizza chi la decide.
La novità che proponiamo è semplice e sovversiva: costruire relazioni, immaginare futuro. Con la voce di Benigni, anche noi gridiamo: “il mondo ripudi la guerra. Per sempre”.
Abitiamo i luoghi della Chiesa diocesana con un impegno preciso: “perché questa storia diventi, per tutti, spazio di salvezza e di santità”. La guerra è la più feroce contraddizione di questo annuncio: calpesta chi la subisce e disumanizza chi la decide.
La novità che proponiamo è semplice e sovversiva: costruire relazioni, immaginare futuro. Con la voce di Benigni, anche noi gridiamo: “il mondo ripudi la guerra. Per sempre”.
Silvia Meroni
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